Pierburg, i lavoratori dicono no all’incontro col fondo che vuole comprare
Sciopero di tre ore. «Prima della vendita devono darci garanzie chiare»

La protesta operaia davanti ai cancelli dello stabilimento Pierburg a Livorno: uno striscione della rappresentanza sindacale
LIVORNO. I lavoratori dello stabilimento livornese Pierburg, in lotta da mesi e mesi per ottenere garanzie nella compravendita che riguarda anche la loro fabbrica, comunicano di aver rispedito al mittente l’idea di un incontro annunciato dall’azienda per il 30 aprile con i rappresentanti del fondo interessato all’acquisizione: lo dicono spiegando che «ritengono non sussistano le condizioni per un confronto in sede aziendale e dichiarano la propria non disponibilità a parteciparvi». Per dirla in altri termini: qualsiasi confronto relativo al processo di cessione e alle prospettive industriali deve «svolgersi esclusivamente presso il ministero delle imprese e del Made in Italy, nell’ambito del tavolo istituzionale attivo, alla presenza dei rappresentanti del governo, delle Regioni e degli enti locali, ritenuto elemento di garanzia fondamentale per il corretto sviluppo della vertenza». Sono questi alcuni passaggi di un documento che l’assemblea, come viene riferito, ha «approvato all’unanimità con due astenuti».
Del resto, secondo quanto reso noto da Massimo Braccini, leader dei metalmeccanici Cgil livornesi, ai lavoratori della Pierburg di Livorno, riuniti in assemblea all’indomani del vertice al ministero, non era andata per niente giù la piega che aveva preso quel confronto in sede ministeriale «alla presenza dell’azienda, delle Istituzioni, delle organizzazioni sindacali e delle Rsu».
In tale sede – è stato sottolineato – l’azienda ha comunicato che stanno proseguendo «le trattative con un potenziale acquirente, nell’ambito di un accordo di esclusiva» ma tutto questo, a giudizio del sindacato Fiom Cgil, «senza tuttavia fornire garanzie industriali e occupazionali adeguate». Non è tutto: stando a quanto riportato, nell’assemblea è stato ribadito che «non sono stati presentati impegni formali né un piano industriale dettagliato e verificabile». Di più: il tavolo è stato «sospeso per l’assenza di risposte concrete» mentre il ministero ha annunciato «un ulteriore confronto con Rheinmetall». È la casa-madre che controlla Pierburg e che ora vuol vendere tutto ciò che non fa parte del settore delle produzioni militari perché vuol concentrarsi sui ricavi derivanti dal boom delle spese belliche, compreso il riarmo promosso dal governo tedesco.
DALL’ARCHIVIO/1: qui il link all’articolo della Gazzetta Marittima che in febbraio indicava i due fondi arrivati alla “finalissima” per rilevare Pierburg dalle mani della casa-madre Rheinmetall
DALL’ARCHIVIO/2: qui il link all’articolo della Gazzetta Marittima che dà conto dell’identikit del soggetto che a inizio marzo risultava in pole position nella trattatuva per rilevare Pierburg
DALL’ARCHIVIO/3: qui il link all’articolo della Gazzetta Marittima in cui si segnala che, curiosamente, l’incontro al ministero sul futuro della Pierburg è in agenda nel giorno degli scherzi…

Cartello segnaletico all’ingresso dello stabilimento livornese
Per dare forza a queste posizioni gli addetti di Pierburg hanno incrociato le braccia in seguito alla proclamazione di uno sciopero immediato nelle ultime tre ore di ogni turno di lavoro: i promotori della protesta segnalano che l’adesione «è stata massiccia». Questa astensione dal lavoro fa parte di un pacchetto d otto ore di sciopero messe in campo dall’assemblea: modalità e tempi saranno indicati daalla Rsu e dalla Fiom Cgil come «prima risposta alla mancanza di garanzie e all’assenza di un piano industriale credibile». Al tempo stesso viene rimarcato che «la rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori del sito di Livorno è espressa dalla Rsu e dalla Fiom Cgil sulla base del mandato assembleare»: Rsu e Fiom Cgil vengono impegnate a «sostenere con determinazione queste posizioni in tutte le sedi di confronto» e a rivendicare «la definizione di un accordo di garanzia vincolante prima di qualsiasi operazione di cessione».
Dietro l’atteggiamento del fronte dei lavoratori c’è il fatto che vogliono evitare un salto nel buio: anche per via – segnala Braccini – della «fase di forte incertezza» che coinvolge sia il sito industriale di Livorno sia l’intero settore dell’industria dell’auto, «già segnato da una significativa flessione produttiva».
Occorrono «massima serietà e chiarezza degli obiettivi»: dunque, altolà a «ipotesi generiche o prive di contenuti concreti». Riecco la sottolineatura che accompagna ogni mobilitazione dei lavoratori di Pierburg: nella fase di cessione devono essere «definite regole chiare, vincolanti e trasparenti a tutela del sito di Livorno». Non solo: qualsiasi soggetto acquirente deve presentare, prima di concludere la trattativa, «un piano industriale dettagliato, verificabile e accompagnato da impegni occupazionali precisi» perché «non sono accettabili operazioni che scarichino rischi sui lavoratori o che indeboliscano il sito durante la fase di transizione».
I dubbi si sommano alle perplessità nella visione dei lavoratori: la nuova proprietà in mano a «un soggetto privo di una reale capacità produttiva non può garantire prospettive industriali solide». Lo ripetono ribadendo l’esigenza di difendere «il valore strategico delle competenze e delle professionalità presenti nello stabilimento, che rappresentano un patrimonio imprescindibile per qualsiasi progetto industriale».











